La sindrome di Stendhal

a cura di Donato Malangone

Il vero nome dell'autore della "Certosa di Parma" e di "Viaggio in Italia" era Henri Beyle mentre il nome Stendhal fu da lui scelto come pseudonimo per una sorta di omaggio a Winckelmann, nato a Stendal, oltre che come espediente per sfuggire alla censura divenuta di nuovo occhiuta ed onnipresente dopo la sconfitta di Waterloo e la restaurazione dei vecchi sovrani in tutta Europa. I viaggi che Beyle-Stendhal intraprese in Italia furono numerosi senza contare i soggiorni nella sua amata Milano, sua seconda patria, come testimonia il celebre epitaffio che scrisse per la sua tomba: "Arrigo Beyle - milanese - visse scrisse amò - quest'anima - adorava Cimarosa Mozart Shakespeare". Le sensazioni e le esperienze estetiche che egli sperimentava nel visitare le città d'arte del nostro paese sono tutte all'impronta di emozioni da lui medesimo definite "celestiali ed appassionate" ma con uno strascico di sofferenza, spaesamento, turbamento ed angoscia. Che poi sono i sintomi classici della sindrome eponima, anche se è stato successivamente osservato dagli addetti al lavori, che si può spaziare dalla semplice crisi di angoscia alla bouffàçe delirante acuta o ad un processo psicotico dissociativo. Fenomeni tutti catalizzati dal trovarsi all'estero o di fronte al non familiare, al non conosciuto e con perdita delle proprie abituali coordinate di riferimento. La riprova sta nel fatto che il ritorno in patria e nella propria casa consente spesso la restituzione dell'integrità psichica precedentemente smarrita. Ma per tornare a Stendhal il più severo turbamento si manifestò in lui alla visione, in Santa Croce a Firenze, degli affreschi del pittore Baldassarre Franceschini detto il Volterrano molto attivo in tutta la Toscana della seconda metà del Seicento. Del Volterrano ho potuto reperire un affresco raffigurante "Amore dormiente" ve lo ripropongo avanzando le debite riserve sul fatto se fu proprio questa visione a turbare così profondamente lo scrittore.