Fisiognomica, entelechia e fotografia

a cura di Donato malangone

Sostiene Pereira, pardon, sostiene Sciascia, nel suo saggio “Il ritratto fotografico come entelechia", che si possa cogliere in una immagine la storia personale, il senso della vita, le opere della persona ritratta, insomma la sua ‘entelechia‘ intesa nel senso aristotelico del termine. Mi rammenta un dizionario consultato che la entelechia aristotelica si riferisce alla ‘ sostanza ‘ che ha perfettamente attuato tutte le sue potenzialità: en - télei - ékhein, essere o giungere a compimento. La consultazione di un secondo dizionario, più specialistico, mi avvisa che il concetto di 'entelechia' riguarda in particolare l’anima (entelechia prima di un corpo naturale organico avente la vita in potenza ) ed il movimento o il mutamento ( entelechia del mobile in quanto mobile ). Chiudo con un repentino moto di stizza ed insofferenza il piccolo dizionario non senza prima avere appreso che alla entelechia si contrappone l’enérgheia, distinta dall’entelechia dell’ente, che è invece il risultato della piena attuazione del possibile. Nonostante il gran caldo, spinto soprattutto da curiosità di natura fotografica, inizio imperterrito la lettura del saggio sciasciano che nel frattempo avevo recuperato sotto una disordinata pila di libri. Sciascia è stato uomo di cultura, di vasta e profonda cultura, e di molteplici interessi e se ha messo insieme entelechia e fotografia un motivo ci deve pur essere. Apprendo così che la prima idea di ritratto fotografico come entelechia gli balenò, sia pure in modo confuso, incerto ed indistinto, alla lettura di una nota di Roland Barthes in ‘ La camera chiara ‘ nella quale il filosofo francese dichiarava di essere rimasto basito alla vista di una fotografia dell’ultimo fratello di Napoleone, Girolamo e che a cotal vista, estatico, abbia esclamato: “Sto vedendo gli occhi che hanno visto L’Imperatore “. Sempre più incerto su come la singolare, se non bizzarra, espressione di Sciascia debba essere intesa, mi sforzo di continuare la lettura e mi imbatto, poco oltre, in una confessione dello scrittore, sempre a proposito di entelechia: “ Nemmeno allora, leggendo Barthes, la parola mi si rivelò. Mi assalì improvvisamente l’estate scorsa mentre mi si mostravano le fotografie che Pedriali fece a Pasolini. - E N T E L E C H I A - e subito dopo pensai “un uomo che muore tragicamente è, in ogni punto della sua vita, un uomo che morirà tragicamente “. Frase che poi è la parafrasi di quanto lui stesso - Sciascia - ebbe a leggere nel “ Il Libro degli amici “ di Hofmannsthal: “ Un uomo che muore a trentacinque anni è in ciascun punto della sua vita un uomo che morrà a trentacinque anni. Questo è ciò che Goethe chiamava entelechia." Un poco contrariato da queste tautologiche rivelazioni sciasciane proseguo la lettura e poco dopo lo scrittore riporta una celebre quartina di Paul Valery, ‘ Quatrain p(our) photo ‘ che il poeta vergò nel 1924 affinché venisse posta, come dice lui stesso ’ Au-dessous d’un portrait ‘. "E se venissi posto davanti a questa effigie Sconosciuto a me stesso, ignorando i miei tratti, Da tante orrende pieghe d’angoscia e di energia, Leggerei i miei tormenti e mi riconoscerei" Bei versi per un ritratto, si suppone ben riuscito. Su questa celebre quartina hanno poi discettato in molti, recentemente anche Valerio Magrelli, Docente di Letteratura Francese all’Università di Cassino, il quale ha dedicato a questi versi interi capitoli del suo ultimo libro ‘Vedersi, vedersi’ Ma per tornare a Sciascia ed al suo saggio ritengo che egli volesse semplicemente dire che in una foto si può leggere la storia di un anima, il vissuto di una esistenza. Un ritratto fotografico può essere, e questa volta sono io a voler usare un termine che possa rivaleggiare con l’entelechia sciasciana, può essere, dicevo, un ENGRAMMA . Ed ora tocca a Voi consultare Dizionari e Garzantine. Non sembri irriverente questa mia discussione sulla Entelechia di Sciascia. Certamente lo scrittore, pervenuto giustamente ad una meritata fama, sarà stato assalito da editori, amici, conoscenti ed importuni, per ogni genere di prefazioni, postfazioni , presentazioni e non è escluso che abbia voluto vendicarsi buttandola sull’inutilmente colto, sulle citazioni balzane, su riferimenti improbabili. Un po' come il Pictor Optimus, De Chirico, il quale alle persone a Lui antipatiche, che avevano comperato da avidi mercanti d’arte e a caro prezzo le sue tele, negava a volte la autenticazione asserendo che quel dipinto era un falso. Più utile, ai fini nostri fotografici, forse sarebbe stato se Sciascia avesse messo in relazione la Fotografia, che so, con la Fisiognomica, disciplina ritenuta da molti obsoleta e priva di contenuti scientifici e che tuttavia si sarebbe potuta rivelare più maneggevole della Entelechia. La Fisiognomica, come è noto, è lo studio dei moti dell'animo e delle caratteristiche psichiche dell’individuo a partire dai tratti del volto. Fu strumento privilegiato nei secoli passati (ancorché ritenuto spesso menzognero e poco affidabile) attraverso il quale il pensiero occidentale ha cercato di sondare il profondo dell'uomo, anticipando molte conquiste della psicologia e, forse, molte intuizioni della psicoanalisi. A ben riflettere lo studio e la messa in evidenza dei tratti del volto - una sorta di “ mise en abîme “ dei tratti essenziali e caratteristici di un volto umano - è proprio ciò che distingue un ritratto fotografico da una semplice istantanea. Se la fisiognomica, è ormai una scienza caduta in disuso è - a detta di molti - tutta colpa di Sigmund Freud. "L'Io non è più padrone a casa propria" affermava nel 1919, per significare che per gli psicoanalisti, il volto non è assolutamente specchio dell'anima. La Psicoanalisi scopre l’Io dentro l’uomo. Il volto cessa di essere la carta geografica dell’anima, è necessario quindi eliminare tutto ciò che si vede e che risulta quindi essere un elemento di disturbo. Ma a voler restare nel filosofico e nell’ambito dei suoi amati ‘francesi‘ Sciascia avrebbe potuto riferirsi, a proposito di immagini, alla “ Illusione di immanenza “ di cui teorizza Sartre. Sartre se la prende con chi concepisce l'immagine come un oggetto, ossia come un possibile ed eventuale contenuto della coscienza. Egli al contrario sostiene, con decisione, che l'immagine non è una cosa bensì un atto di coscienza: Il n'y a pas, il ne saurait y avoir d'images dans la conscience. Mais l'image est un certain type de conscience. L'image est un acte et non une chose. L'image est con-science de quelque chose. Quasi quasi era meglio la Entelechia di Sciascia. Si richiama in un certo senso alla Fisiognomica anche certa psicologia eterodossa, come quella espressa da alcuni test proiettivi della personalità, tra i quali mi piace ricordare quello proposto ed usato da un non molto noto psichiatra ungherese, Leopold Szondi e cha va sotto il nome proprio di Test di Szondi". Il perché lo capirete tra poco. Il test si somministra mostrando al ‘ paziente ’ diverse serie di otto fotografie ritraenti ognuna delle personalità diverse: - Sadica - Epilettica - Isterica - Catatonica - Paranoide - Depressa - Maniacale e Omosessuale (?). Il soggetto analizzato deve scegliere i due personaggi più simpatici e successivamente quelli più antipatici. La prova viene ripetuta a distanza di tempo con una altra serie di fotografie, ma sempre ritraenti le personalità sopra ricordate. Secondo Szondi, che si rifà quindi alla Fisiognomica, si può individuare il carattere degli individui dal loro aspetto corporeo, e la personalità si può dedurre da quello che lui chiama inconscio familiare del soggetto e dal contributo genetico dovuto a dei ‘geni recessivi latenti‘ che svolgerebbero un loro, non ancora provato e misterioso ruolo. Mi piacerebbe esaminare le foto originali usate dallo psichiatra ungherese per il suo Test e confrontarle con quelle della mostra per la quale Sciascia scrisse il suo saggio. Per quale motivo? Oh bella, ma per sciogliere il dilemma, anzi il trilemma: ENTELECHIA, ENGRAMMA o IMMANENZA ... ma per favore non mandatemi a quel paese.- Mi sovviene ora che ENTELECHIA è anche il nome di un vino DOC che le Aziende Vinicole Miceli di Pantelleria commercializzano in una lussuosa confezione in legno e con lo slogan "Vino da meditazione". Che il Buon Leonardo indulgesse anche a questo genere di enoiche meditazioni ?